Tra fede e ragione: l’uomo della Sindone e l’uomo sulla Croce

― 7 Aprile 2023

Si tratta di un lenzuolo di lino grigio, applicato su una tela d’Olanda Bianca. Nel 1532 una goccia di argento fuso ha procurato i fori e le linee di bruciatura che spiccano ora, al primo sguardo: un incendio nella chiesa di Chambery, dove era custodita. Con queste prime informazioni inizia il racconto di quel che è la Sindone, ma quel che più avvince sono le notizie sul corpo dell’uomo che porta impresso: si vede pochissimo, ma si vede, come hanno potuto constatare i nostri studenti ammirando la riproduzione a dimensioni reali che don Antonio Razzini ha portato con sé e ha mostrato all’inizio del suo suggestivo incontro. Con un entusiasmo commuovente, don Antonio ha poi ricostruito, scientificamente, il percorso storico delle testimonianze che vedono questo “lenzuolo di lino” spostarsi da Gerusalemme fino a Torino, dove potremo rivederlo esposto in occasione del prossimo Giubileo del 2025.

Il racconto di don Antonio si fa ancor più appassionato, quando inizia a parlarci dell’uomo “della Sindone”, della sua postura, delle sue ferite, della perfetta corrispondenza tra l’uomo “della Sindone” e l’uomo “dei Vangeli”, così come ne viene raccontata la Passione dagli evangelisti. Dalle tracce di polline mediorientale rivenute sul lenzuolo di lino, alle monete poste sopra i suoi occhi, passando attraverso i segni delle colature del sangue, all’indagine dell’immagine impressa sul lenzuolo, che non è bruciatura, non è nemmeno dipinta, è “strinatura”, prodotta sulla parte più superficiale del tessuto e spiegabile sempre scientificamente solo in riferimento ad una luce intensissima, per un tempo brevissimo: tutto sta a testimoniare che quel lenzuolo ha avvolto il corpo di Cristo, che diventando “tutto luce” è passato attraverso il telo, imprimendo la propria immagine.

Cristo, uomo della Sindone e uomo della Croce: di Lui ci ha parlato don Marco Genzini, in un dialogo sugli avvenimenti e i segni della Settimana Santa: ciò per cui “ha giocato la sua vita” come ha raccontato ad una assemblea di studenti insolitamente silenziosa e concentrata. Don Marco, già docente di religione presso la nostra scuola, è ora cappellano presso l’ospedale di Cremona: intrecciando il racconto della Passione di Nostro Signore con quello della sua quotidianità di fronte al dolore e alla morte, ci ha provocati con una serie di interrogativi esistenziali. Che valore ha la sofferenza? Che senso ha la morte? C’è possibilità di una vita nuova? Qual è la mia sete profonda? Di cosa ho davvero bisogno? Cosa mi compie? A chi affido la mia vita?

Di fronte al nostro bisogno di essere voluti bene, di capire, di andare in fondo alle cose, di essere felici, don Marco con disarmante semplicità ci provoca con la sua ipotesi: «io sono un uomo lietissimo, quando cammino per i corridoi dell’ospedale spesso canto. Ho scoperto che mettermi a servizio, chinarmi, mi fa stare meglio. Cristo, come ci testimonia il vangelo di Giovanni, è morto di infarto, è morto perché ha amato. Io sono felice perché c’è Lui. Sempre.»

È questa la sfida cui siamo chiamati in particolare in questa settimana, ma ne facciamo esperienza ogni giorno, nei corridoi e nelle aule, quando siamo al lavoro, e nel tempo libero. Cosa ci compie? Cosa ci fa felici? È nell’avventura della conoscenza che ci facciamo compagnia, indagando una risposta che sia all’altezza dei nostri desideri.

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