

Oggi abbiamo trascorso una piacevole giornata a Milano, una città capace di essere al tempo stesso frenetica e ricca di scorci e situazioni tipiche di un ambiente moderno e a misura d’uomo.
Partiti in treno da Crema, siamo scesi alla stazione di Porta Garibaldi e ci siamo concessi una passeggiata nella futuristica zona di Porta Nuova, prima di raggiungere il Teatro Verdi. Qui il centro di produzione teatrale Teatro del Buratto metteva in scena lo spettacolo “Fashion Victims. L’insostenibile realtà del Fashion”.
Il teatro rappresenta sempre un’occasione speciale per entrare in contatto con storie, emozioni e punti di vista diversi dal proprio. Davanti al palcoscenico ci si lascia coinvolgere, si mette alla prova l’immaginazione e la capacità di interpretazione; ci si può immedesimare in ciò che viene rappresentato, riscoprendo emozioni comuni oppure confrontandosi con prospettive opposte. In entrambi i casi, concedendosi questa possibilità, si arriva a comprendere meglio gli altri e sé stessi.
Questo è il valore del teatro per tutti, ma ancora di più per chi si trova in quell’età “plastica” in cui il pensiero è in formazione e la personalità si sta definendo.
È proprio ciò che Marta Mungo e Davide Del Grosso, attori e ideatori dello spettacolo, hanno saputo realizzare: prima sul palco, poi tra il pubblico, coinvolgendo i ragazzi nella scena finale e aprendo infine un dialogo diretto con i giovani spettatori.
“Fashion Victims. L’insostenibile realtà del Fashion” racconta la storia di Marco e Mahima, due adolescenti: Marco vive a Milano, Mahima a Dacca, in Bangladesh. Non sono persone reali, ma sono profondamente vere, perché nelle loro vite, nei loro pensieri e nei loro desideri — o nella loro assenza — si riflettono centinaia di esistenze reali, alcune delle quali, come quella di Mahima, tragicamente interrotte a soli 14 anni.
Marco sembrerebbe avere tutto — o almeno molti oggetti — eppure vive uno stato di inquietudine. Per cercare di uscirne, “fa cose”… o meglio, crede di farle. In realtà resta immobile: nella sua cameretta, attraverso lo schermo dello smartphone, osserva scorrere le vite degli altri, o meglio l’immagine che gli altri scelgono di mostrare.
Mentre scrolla, nascono in lui nuovi bisogni: prende forma il desiderio di qualcosa di indefinito, che crede di poter soddisfare acquistando altri oggetti. Questo gli dà un sollievo momentaneo, ma lo rende sempre meno incline ad agire davvero. Marco è un individuo unico, come ciascuno di noi, ma finisce per identificare la propria unicità con l’apparenza, con lo sguardo degli altri, costruendo un guscio fatto di conformismo che, paradossalmente, lo rende uguale a tutti.
Mahima, invece, non ha desideri. Non è mai stata educata a desiderare, né a immaginare alternative: lavora fin da bambina e sa che il suo destino è segnato. Ogni giorno va in fabbrica per otto ore, cucendo otto tasche al minuto, per una paga equivalente a 18 euro al mese.
Non sa che potrebbe esistere un’alternativa. Non sa che il 24 aprile 2013 avrebbe potuto non entrare in quell’edificio, rifiutarsi di sedersi alla macchina da cucire. Non sa che il Rana Plaza, quel giorno, sarebbe crollato, uccidendo lei e oltre mille altre persone.
Le vite di Marco e Mahima non si incontrano mai, se non simbolicamente in quelle tasche cucite da Mahima e indossate da Marco.
Attraverso queste due esistenze così lontane, lo spettacolo mette in luce un sistema al collasso: quello dell’industria tessile, qui simbolo di un modello consumistico spinto all’eccesso, spesso invisibile ai nostri occhi — o forse volutamente ignorato.
Questo sistema, oltre a essere altamente inquinante e insostenibile dal punto di vista ambientale, sfrutta gli esseri umani in modi opposti ma complementari: da una parte lavoratori, spesso bambini, in condizioni di semi-schiavitù; dall’altra giovani consumatori indottrinati fin dall’infanzia attraverso slogan e campagne pubblicitarie, che confondono il desiderio di essere con quello di avere, e quindi di apparire.
Marta e Davide citano alcuni dei marchi coinvolti in questo sistema, anche italiani: sono gli stessi che tutti noi indossiamo.
A questo punto emerge una domanda fondamentale, posta da uno spettatore: ma allora, cosa possiamo indossare?
La risposta è tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica: comprare meno e imparare a condividere. Scambiarsi quegli abiti indossati poche volte, ma che siamo già pronti a sostituire. Per qualcun altro, quel capo sarà ancora nuovo e avrà una nuova vita, prima di essere a sua volta passato di mano.
Abbiamo deciso di mettere in pratica questo suggerimento e concluderemo l’anno scolastico con uno swap party, una “festa” durante la quale porteremo alcuni dei nostri vestiti a scuola per scambiarli con quelli dei compagni.
Prof.ssa Elena Bolzoni
Liceo Linguistico W. Shakespeare
Via del Macello 26




