Viaggio di socializzazione a Comacchio

― 20 Settembre 2024

Che differenza c’è tra una gita e un viaggio?

La risposta è tutta nell’esperienza che abbiamo fatto nei giorni 17 e 18 settembre, a Comacchio.

Un inizio complicato, con previsioni meteo avverse, che ci hanno fatto quasi desistere, ma che alla fine hanno causato solo alcune modifiche al programma, senza perdere di vista l’obiettivo primario: conoscerci e conoscere.

E non potevamo conoscerci semplicemente facendo due chiacchiere a scuola, nelle nostre aule, nei nostri corridoi? No, non potevamo… senza questo viaggio, non ci saremmo mai potuti guardare, né guardarci attorno, come abbiamo invece avuto occasione di fare.

Il secondo importante proposito del viaggio, molti di noi l’hanno invece scoperto durante il cammino, e proviamo qui a spiegarlo a chi legge.

Dicevamo, una partenza in salita, verso una meta con aspetti su cui alcuni erano scettici: la visita alle Valli di Comacchio, a scoprire come vivono le anguille, e poi alla Manifattura dei Marinati per imparare come vengono processati questi pesci a scopo alimentare… e alla fine un bel laboratorio di confezionamento delle alici in salamoia.

Non è esattamente il tipo di programma che può allettare dei ragazzi del liceo… Forse la mezza giornata in spiaggia a giocare sui lidi ferraresi e la biciclettata erano le cose veramente invitanti per loro, ma il maltempo le ha rese impossibili. Quindi cosa fare per attivare i ragazzi, per invogliarli ad esserci e ad essere partecipi?

Nulla… nulla, se non farli incontrare con una comunità pazzesca, fatta di persone che hanno saputo donarci l’INASPETTATO.

L’inaspettato di vederci accogliere da persone desiderose di conoscerci, di scoprirci e di farsi scoprire spiegandoci in ogni momento chi sono, perché fanno quel lavoro, perché erano così contenti di incontrarci.

E’ la domanda che mi ha accompagnato in questi due giorni: perché?

Perché i volontari e i lavoratori della Manifattura dei Marinati non ci hanno fornito semplicemente delle guide che ci spiegassero l’incredibile ecosistema del delta del fiume, che con molta fatica si sta cercando di conservare?

Perché ci hanno fatto incontrare Carletto, esperto conoscitore di queste acque e della sua fauna, ma soprattutto “un amico”?

Perché Gea, Maria Vittoria, Gloria e Giovanni non ci hanno mai lasciati soli in questo percorso, nonostante la pioggia talvolta incessante?

Perché chi ha cucinato per noi, prima di servirci i nostri pasti, ha voluto darci ragione del motivo per cui lo stava facendo ed era felice di farlo?

Perché Ettore è riuscito ad affascinarci con il racconto della vita di un’anguilla?

Non sono in grado di rispondere a tutto ciò se non forse utilizzando la metafora della nostra principale compagna di viaggio, l’anguilla, appunto!

L’anguilla trascorre una vita ricca di mistero. Per qualche ragione arriva dal mare portando con sé l’irrefrenabile desiderio di immettersi nella foce di qualche fiume e di risalirlo. In questo tragitto trova un posto in cui fermarsi, un pertugio in cui passare i successivi 12 anni. Passato questo periodo, senza un motivo conosciuto, scatta un cambiamento, prima nel suo fisico e successivamente nei suoi intenti. La Natura modifica il suo colore, da verde-giallo come il fiume, a nero e argento, come i riflessi del mare che dovrà attraversare. Le sue pinne e i suoi occhi diventano più grandi… nel fiume non aveva necessità di nuotare né di vedere lontano, nel mare sì; il suo intestino si atrofizza… da qui in avanti non dovrà più avvertire la fame.

La Natura l’aveva fatta nascere con una promessa per il futuro; l’anguilla non lo sapeva, ma tutta la sua vita era stata un’attesa, una promessa di ciò che doveva avvenire, e che dopo 12 anni iniziava a compiersi.

E così inizia il suo viaggio, dal Mediterraneo ad un mare lontanissimo; ci spiegano che, nuotando, arriverà a quella porzione di Oceano Atlantico in cui si trovano i Caraibi.

Lì si riprodurrà e morirà. Ai suoi “cuccioli” (larve leptocefali) verrà consegnata una nuova promessa, una nuova vita da attendere, un nuovo scopo a cui tendere.

Ettore, che ci spiega tutto ciò, ci fa anche riflettere… è così diversa la nostra vita?

Il valore dei sacrifici che ci troviamo ad affrontare ogni giorno non dipende proprio dalla promessa di ciò che ci attende? E questa PROMESSA, che nessuno ci ha fatto ma che è nella struttura del nostro essere -parafrasando Pavese – non è forse lo scopo misterioso della nostra vita?

Il nostro piccolo sacrificio di partire con dei compagni di viaggio che non sapevamo se ci sarebbero piaciuti, per fare delle cose che forse ci avrebbero disgustato (chissà che puzza di pesce!), di metterci alla prova partecipando a dei giochi che probabilmente ci avrebbero messo in imbarazzo (dai, che vergogna mimare un pollo o un’anguilla!!), lo sforzo di imparare a guadarci, ad ascoltarci, a divertirci insieme ci ha arricchito di qualcosa di grande: amici, bellezza, condivisione, la meravigliosa sensazione di sentirsi accolti e di non essere soli .

I volontari e i lavoratori della Manifattura dei Marinati sono stati a loro volta accolti in questa comunità e forse proprio perché per alcuni di loro ciò ha significato una vera e propria rinascita, hanno saputo trasmetterci perfettamente il loro sentire e la loro personale promessa.

Strano anche sentire dei ringraziamenti dai docenti ai loro studenti che hanno accettato la sfida di lasciarsi coinvolgere nelle tante attività alla scoperta che ogni circostanza può nascondere una bellezza inaspettata come anche quella gustata nella visita alla straordinaria Abbazia di Pomposa, ultima tappa del nostro viaggio. Guidati dalla prof. di arte, presente al viaggio con altri numerosi docenti (perché la prima uscita dello Shakespeare è davvero per tutti!), il gruppo è stato introdotto alla conoscenza delle origini, della struttura e della ricca simbologia diffusa ovunque. Interessante la sottolineatura che l’abbazia e il monastero che sorgeva intorno, come le opere delle valli di Comacchio, sono uno straordinario esempio di un equilibrato e quindi proficuo rapporto tra l’uomo e la natura. Contemplando la facciata o i mosaici del pavimento dell’abbazia o camminando lungo gli argini ben conservati del fiume, segnato dal lavoro dei pescatori e popolato di numerosi fenicotteri, niente appare più evidente di questo essenziale rapporto.

Come qualcuno ha detto in chiusura del nostro viaggio, siamo stati due giorni sotto la pioggia, ma non abbiamo visto mal tempo.

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