Leopardi: l’unica differenza è tra “nessuno” e “tutti”.

― 2 Dicembre 2020

Ore 11.20, lezione di italiano in classe V.

Nell’aria non si diffonde il suono conosciuto della voce della prof, questa volta non parla, non conduce lei l’ora. Dopo qualche istante, necessario per prendere familiarità con funzioni del sistema che di solito sono governate da chi si trova al di qua della cattedra, ecco che lo schermo viene condiviso e inizia a propagarsi, nella classe vuota e nelle case degli alunni collegati, una melodia.

Oggi l’ora di italiano è iniziata in un modo insolito, con una lezione di musica classica. Matteo, un ragazzo di V, appassionato di questo genere, ha accettato la proposta della prof e ha deciso di invitare tutti “a casa sua” per condividere e mostrare la sua passione e per aiutare tutti a entrare, a immedesimarsi una volta di più con quello strano autore, che da circa un mese li sta accompagnando, Giacomo Leopardi.

Destreggiandosi tra riferimenti e vicende biografiche, tra complessi termini musicali e contenuti delle sue opere, ci siamo inoltrati nella conoscenza di F. Schubert e di un genere che è ancora poco o per nulla familiare, così abituati al rumore, alle urla o a canzoni zeppe di parole, talvolta senza senso.

“La felicità è là dove tu non sei”, Matteo ci dice essere questa la frase emblematica di Schubert, e poi segue l’ascolto e la spiegazione del brano “Auf dem Wasser zu singen” (cantare davanti all’acqua). Bisognerebbe sentirlo per poter capire, per poter entrare in quell’inseguimento di note, in quelle scale che si alternano così rapide, in quella melodia così oscura e malinconica che ogni tanto lascia come trasparire un respiro, una battuta più melodiosa, seppur più complessa tecnicamente. Ecco che prende avvio anche in Schubert quella lotta, “or poserai per sempre stanco mio cor […] T’acqueta omai. Dispera l’ultima volta” scrive Leopardi in “A se stesso”. Eppure non può non tornarci all’orecchio l’eco dei tre “forse” che ritornano negli ultimi versi de “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” o in “Alla sua donna”, come vedessimo Leopardi e Schubert uno a fianco all’altro, con i muscoli tesi, tutti in attesa che qualcosa possa accadere e contraddire la loro posizione sulla vita.    

Chi ha sofferto e sentito la vita come Schubert, come Leopardi? Chi ha sentito lo struggimento per la morte come Mozart? O chi ha patito per sostenere i propri affetti come Bach? Chi ha avvertito la perdita del grande amore come Manzoni in quel giorno di Natale? Chi ha avvertito sbocciare il primo germoglio di un amore come Tchaikovskij?

“Nessuno”

Questa sarebbe probabilmente la risposta che uscirebbe dalle nostre labbra con un filo di voce. “Nessuno ha mai fatto queste esperienze o le ha sentite così viscerali come ci sono state raccontate da questi grandi autori e compositori”. Ma se invece la risposta fosse diversa? Se fosse…

“Tutti”  

Io, tu, il tuo vicino di casa, tuo fratello, tua moglie o tuo marito, tua suocera…Tutti, almeno in un momento, potente quanto impercettibile, terribile quanto caro hanno sentito queste cose. Tutti abbiamo, almeno una volta, sentito che la vita era quel dolore indicibile, quell’amore smisurato, quella commozione senza fine, che le cose sono veramente drammatiche, terribilmente serie; che l’angoscia che strozza la gola deve sciogliersi in un canto di gioia, che la promessa scritta il giorno in cui ti innamori è fatta per splendere. Per avverarsi, ecco. Per diventare vera veramente.

Riguarda te e me, riguarda me che insegno e tu che ascolti. È una faccenda seria. Il problema è che spesso ce ne dimentichiamo, tutto il resto ci sembra serio e degno di attenzione ma questo no. Allora decidere di mettersi in gioco per come si è, per quello che si capisce, per le passioni e le domande che si hanno, rende l’avventura della conoscenza, e in fondo della vita, affascinante. Quella domanda Schubert la fa a ciascuno: davvero la felicità è dove io non sono? Io cosa rispondo?   

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