Educare al pensiero critico

― 1 Aprile 2026

E’ un periodo storico molto particolare, in cui molte certezze con cui la mia generazione è cresciuta, si stanno sgretolando sotto i piedi di noi adulti, e stanno lasciando ai ragazzi un mondo un po’ più fragile di come l’abbiamo trovato noi alla loro età.

Durante la mia adolescenza capitava di sentirsi a tratti un po’ persi, ma si intuiva comunque sempre di avere una direzione; e se il cammino non era sempre evidente, la meta era invece abbastanza chiara. 

A guidare la mia generazione è stata soprattutto la voglia di indipendenza, e tutti i nostri sforzi erano tesi a raggiungerla: il liceo, il motorino, la patente, la prima auto, l’università come trampolino per la realizzazione della propria vita. 

Eravamo consapevoli che il lavoro sarebbe stato l’unico strumento per la definitiva autonomia economica, tuttavia intuivamo che la vera libertà sarebbe stata quella di pensiero; sapevamo altrettanto bene che, nonostante fosse un bene fondamentale, non ci sarebbe stata consegnata pronta da usare, avremmo dovuto guadagnarcela.

Ora funziona un po’ al contrario: il mondo si presenta spalancato davanti ai ragazzi ancora prima che posseggano gli strumenti per misurarlo, capirlo, filtrarlo; sentono di avere tutte le possibilità davanti a loro, ma spesso non sanno bene come sfruttarle.

A noi, che siamo i loro insegnanti, e in parte anche le loro guide, tocca il complicato compito di fornire qualche mezzo per capire un po’ meglio come funziona, per trovare delle alternative alla precarietà che questo “eccesso di libertà” sbatte in faccia ai ragazzi quando non sono ancora del tutto preparati. A questo scopo, un solido strumento di cui possiamo armare i nostri studenti è senza dubbio la capacità di sviluppare un pensiero critico.

Tutte le nozioni che pretendiamo che imparino, per la maggior parte verranno dimenticate, ma il modo in cui le hanno apprese, analizzate e messe in discussione resterà probabilmente per sempre, indipendentemente da ciò a cui si dedicheranno nella vita.

Sfruttiamo diverse strategie per equipaggiarli al meglio, e l’annuale appuntamento all’Università di Pavia, presso la facoltà di Biologia e Biotecnologie, è una di queste.

Dopo esserci “imbruttiti” sui libri per un po’, ci prendiamo una breve ma significativa pausa dalle aule e per una giornata diventiamo operosi, pratici e pragmatici in un luogo che dà ai ragazzi dell’ultimo anno anche un assaggio di ciò che li aspetterà a breve: la vita da universitari.

Così, indossiamo i camici e, dietro a un bancone ben attrezzato, andiamo a mettere in gioco non solo la nostra capacità intellettuale, ma addirittura il nostro patrimonio genetico.

Sembra in effetti che il DNA, oltre a determinare il nostro stato di esseri viventi e di esseri umani, stabilisca anche come dobbiamo percepire la realtà.

Possibile che dei minuscoli geni possano influenzare il modo in cui ci approcciamo al mondo? E se così fosse, significa che è il nostro genoma a determinare chi siamo e come viviamo?

Poiché rispondere a tutto ciò sarebbe troppo (e probabilmente impossibile), ci siamo dedicati ad un’indagine più semplice: capire se il nostro gusto è determinato dai geni che possediamo. 

Un gene in particolare (TAS2R38), è coinvolto nella nostra percezione del gusto amaro e ciascun individuo può possederne una versione diversa. Ciò significa che bastano un paio di “mattoncini genetici” modificati, per rientrare in una diversa categoria: super-taster (che ripugnano l’amaro), taster (che lo  percepiscono, ma lo tollerano), oppure non-taster (che non avvertono affatto il sapore amaro).

Incasellarci in queste categorie genetiche può sembrare solo un gioco, ma l’avversione per l’amaro è tra i fenomeni che hanno permesso a Homo Sapiens di non estinguersi, poiché l’amaro è il sapore delle sostanze tossiche e potenzialmente mortali; è quindi importante, non solo percepirlo, ma anche esseri indotti all’emesi se si è ingerito qualcosa di amaro. Similmente, siamo indotti a rimettere il cibo quando vediamo qualcuno vomitare… perché solitamente nella stessa tribù si mangiava lo stesso cibo, buono o cattivo che fosse, e se era cattivo per uno, era meglio sbarazzarsene tutti! 

Piccoli retaggi genetici che fanno ancora parte di noi, anche se ora contribuiscono un po’ meno alla sopravvivenza della nostra specie.

Tornando al nostro esperimento, dopo aver prelevato un campione del nostro DNA, abbiamo applicato diverse tecniche di analisi molecolare sotto la guida dei nostri tutor esperti (ricercatori e professori della facoltà di genetica), abbiamo quindi identificato quale versione di TAS2R38 possedevamo e l’abbiamo poi messa a confronto con ciò che noi ritenevamo di essere, in base alla nostra esperienza soggettiva: super-taster, taster o non-taster .

La sfida era capire chi aveva ragione: noi o il DNA?

Beh, a quanto pare tutti e nessuno. Come ci è stato spiegato dalla Prof.ssa De Rossi, docente nell’ateneo che ci ospitava, il DNA ci dà un’impronta, ma un grande contributo lo fornisce anche l’ambiente in cui cresciamo, e le abitudini che prendiamo.

Analizzando i risultati ottenuti, abbiamo in effetti confermato qualcosa che già sospettavamo: al di là dell’etichetta che ci ha imposto il nostro DNA, possiamo essere molto altro. 

Elena Bolzoni

Docente di Biologia

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